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“I giovani e il lavoro tra difficoltà, paure e certezze”

Un’indagine che guarda al futuro, quella realizzata dall’Amministrazione Provinciale nell’ambito del Piano Strategico , con il sostegno delle Banche di Credito Cooperativo della Marca Trevigiane e la collaborazione di PublicaRes.Swg. Dalla ricerca  emerge che i giovani vogliono innanzitutto un freno agli eccessi della flessibilità. Il tema della ‘sicurezza’ del posto, infatti, è indicato tra quelli più sentiti, infatti per il 57% degli intervistati è importante contare su un reddito mensile fisso. Al secondo posto c’è il bisogno di una buona retribuzione, al terzo posto un buon clima interno, con rapporti positivi con i colleghi e con i superiori e al quarto posto la possibilità di mettere a frutto la loro creatività. Il 20% dei ragazzi denuncia la difficoltà nel poter creare una propria impresa. “Queste sono le problematiche che i giovani incontrano in questa era della globalizzazione.” ha spiegato il presidente della Provincia di Treviso, Leonardo Muraro. Come nella media italiana, quasi tre giovani lavoratori su tre (73%) sono inquadrati contrattualmente come dipendenti, mentre l’insieme dei lavoratori a progetto e dei collaboratori con partita Iva (spesso con laurea) non raggiunge il 20% del totale. Inoltre, metà degli assunti è a tempo indeterminato, che diventa il 78,4% nella fascia 27-29 anni: in un mercato del lavoro locale che continua a “tirare”, i dati degli stock occupazionali della ricerca offrono un panorama “plurale” ma certamente non permettono generalizzazioni apocalittiche. Nel delineare il lavoro ideale, i giovani trevigiani indicano di volere in un certo senso “tutto” chiedendo un mix di aspetti autorealizzativi, relazionali, di riconoscimento dei meriti e retributivi e di spazi di creatività la realtà è, come sempre, diversa e più modesta. Contribuiscono alla soddisfazione lavorativa i livelli di coerenza tra lavoro, curriculum, aspirazioni e desideri familiari esistenti; in più punti della ricerca, ma specie sul nodo centrale della soddisfazione, laureati e donne appaiono i segmenti più critici dell’offerta di lavoro giovanile. In particolare sembra che l’alta scolarità fatichi ancora a disegnarsi localmente uno spazio lavorativo coerente con le aspettative possedute. Il lavoro serve – dicono i giovani - a “liberare” permettendo di sviluppare una famiglia propria ed i progetti personali. Tra i primi la possibilità di un lavoro in cui poter valorizzare competenze, autonomia, professionismo, individualismo e meritocrazia; dall’altro sentono però anche la fatica della competizione e della gestione della velocità dei mutamenti; dal confronto giovani-genitori in tema lavorativo non appaiono cesure generazionali rilevanti, segno di una tenuta socioculturale che continua ad “attraversare” il lavoro ed in cui al tempo stesso il lavoro continua ad essere una risorsa “credibile” nella sua capacità di fare integrazione e coesione sociale pur in una epoca di trasformazioni profonde e veloci. I giovani si dimostrano – nei confronti del lavoro – assolutamente pragmatici, privi di rigidità ideologiche o culturali: nella ricerca di una occupazione, la maggioranza di loro sceglie di usare i verbi “accontentarsi” ed “accettare”, sempre mantenendo comunque dei punti fermi irrinunciabili; un ulteriore stereotipo che va rivisto se non eliminato è quello che vede nei giovani solo dei fannulloni sempre alla ricerca del divertimento: in realtà nella scala dei loro “mondi di vita” i soldi, il tempo libero e i divertimenti appaiono piuttosto laterali. L’ultimo punto è in realtà una domanda: riuscirà la società locale, il suo mercato del lavoro, il mondo delle professioni, la domanda delle imprese, la formazione (scolastica e non), i servizi di orientamento, nonché le variabili tecnologiche, organizzative, macroeconomiche, familiari e giuridiche a fare del lavoro uno strumento non solo di reddito e di “posti” ma anche di inclusione e di integrazione affidabile delle generazioni prossime venture? Molto del futuro della società trevigiana si giocherà su questa capacità davvero strategica che chiede lungimiranza e sapienza politica.” Ha detto l’assessore alle politiche sociali, Barbara Trentin.“La ricerca porta alla luce come la velocità dei mutamenti e le nuove formule competitive che si impongono preoccupano i giovani ed anche li spaventano. Il 41% dei giovani afferma che sempre più spesso si trova a dover “competere con persone più preparate”; una percentuale simile (il 38%) dice anche di sentire in modo sempre più pressante lo stress prodotto dalla competizione; infine quasi un terzo del campione (30%) avverte una personale inadeguatezza dovuta proprio alla velocità con cui cambiano le coordinate (psicologiche e culturali) del lavoro. La maggior “sofferenza” dovuta al dover vivere e gestire la “cultura del nuovo capitalismo” connota decisamente i giovani con bassa scolarità. Secondo i giovani, inoltre, occorre più meritocrazia e meno egualitarismo “cieco”. Siamo infatti in una società che non sa premiare chi vuole assumersi dei rischi (71%) perché si è puntato troppo sull’eguaglianza di tutti e non ai meriti dei singoli (62%), una eguaglianza che arriva a inibire e frenare le iniziative individuali (58%). La flessibilità non è accettata benevolmente. Per il 61% dl campione – soprattutto donne e laureati – la flessibilità lavorativa è funzionale solo alle imprese e produce “precarietà e incertezza”. Dato significativo è che i genitori hanno una visione leggermente più negativa circa il futuro lavorativo dei propri figli: li “vedono” un po’ meno dipendenti stabili ed un po’ meno professionisti ed un po’ più precari (ma non disoccupati) ed anche un po’ più associati all’attività dei genitori stessi. E’ interessante rilevare poi che sono soprattutto le giovani ed i laureati ad ipotizzarsi come futuri lavoratori dipendenti. Infine di precari si vedono si vedono un po’ più le donne rispetto ai maschi e soprattutto da coloro che hanno scolarità media.
Sono tutti dati, uniti al bisogno di politiche per il lavoro al femminile, che devono segnare attenzione per il piano provinciale del lavoro. Flexsecurity, creatività, politiche di genere, politiche dei saperi e qualità del lavoro devono segnare il quadro dinamico del futuro delle politiche del lavoro per la Marca trevigiana.” Ha evidenziato l’assessore alle politiche per l’Occupazione, Denis Farnea. Ringrazio la Provincia per la collaborazione che porta avanti in questo senso – ha dichiarato Biadene – Un’iniziativa di grande valore. Mi sento di portare avanti una considerazione: dobbiamo innanzitutto sforzarci di credere che i giovani sono tutti bravi ragazzi, e che invece i bulli sono solo una piccola parte. Poi voglio lanciare due proposte. Sarebbe bello istituire, assieme alla Provincia, un fondo creativo per sostenere la voglia imprenditoriale che emerge dallo studio. E poi, si potrebbe implementare ulteriormente la collaborazione in materia di mutui prima casa, coinvolgendo anche i comuni”.
“Da questo studio emerge innanzitutto una conferma: la nostra è una società ferma che sta attraversando il passaggio dalla prima alla seconda fase di capitalismo personale, dopo 30 anni che hanno fatto grande questo territorio – ha dichiarato Risso – I giovani dimostrano di non avere troppi problemi per quanto concerne il tempo libero, oppure i rapporti in famiglia, sebbene pieni di contraddizioni. Sono il reddito, l’istruzione e la qualità del loro lavoro i settori in cui emergono le maggiori insofferenze. Ecco allora il vantaggio della Provincia di Treviso in questo senso: sta pensando lungo, gettando le basi per affrontare problemi che non si risolvono con una delibera”.
“Continua dunque il lavoro dell’Osservatorio Giovani in Provincia di Treviso, che da oggi possiede pure un logo – ha detto Filippi – questo studio sul lavoro rappresenta un vero spaccato della società trevigiana, perché coinvolge i giovani e pure i loro genitori. Ed è in questo rapporto che emergono i dati più interessanti, che denotano una certa “impotenza educativa” avvertita dai genitori”.
Autore: Qui Risparmio