Dicembre 2011
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Scuola e Giustizia priorità irrinunciabili

Riflessioni sulla Società e la Politica


Giugno: un mese in cui tanti pensano allo svago eppure, chiuse le scuole, tanti problemi restano sul tappeto, insoluti, trascurati, quasi che il solo far finta non ci siano, fosse la soluzione.
La scuola è la vera priorità, assieme alla giustizia, di questo nostro Paese che declina.
Se non troviamo velocemente il modo di formare generazioni future con capacità e saperi diversi, il Paese sarà inesorabilmente destinato ad essere retrocesso tra quelli non più avanzati.
I mali della scuola sono tanti e vengono da lontano, sono di ordine organizzativo, di carattere motivazionale ed economico e, non meno importante, di natura politica.
In Italia si sono fatte tante riforme ma nessuna che abbia veramente inciso profondamente per modificare lo status quo ed estirpare le condizioni negative alla base della dequalificazione scolastica.
C’è una classe docente demotivata e poco qualificata; è sorprendente considerare come tra le malattie professionali i disturbi comportamentali (depressione, nevrosi) siano più frequenti proprio nella categoria degli insegnanti.
C’è un’enorme complessità burocratica che giustifica rinvii e mancanza di responsabilità.
E’ stato attribuito un ruolo troppo rilevante alle famiglie che spesso interferiscono nelle scelte didattiche ed organizzative, aumentando pericolosamente il tasso di incertezza e confusione.
Troppi operatori non docenti, una volta li chiamavamo bidelli, che non fanno niente, visto che le scuole, con notevole aggravio di costi, sono costrette ad appaltare all’esterno le pulizie o la piccola manutenzione e poi un degrado complessivo degli edifici che diviene così lo specchio più evidente del decadimento complessivo dell’istituzione scuola.
E’ stato innalzato l’obbligo e, contestualmente abbiamo abbassato il livello scolastico, il livello di preparazione per la mancanza di selezione; manca la consapevolezza che, accanto al perseguimento dei saperi e della conoscenza, quella che una volta trovavamo nei licei e negli istituti ad indirizzo pedagogico e commerciale, doveva trovar posto la scuola del fare, dove cioè, i giovani potevano apprendere il mestiere più idoneo alle loro attitudini.
E invece è solo una grande confusione dove tanti si smarriscono o si illudono di essere quello che non sono, con tutto ciò che ne consegue.
Le scuole del fare, forse perché è difficile trovare insegnanti bravi, che a grandi abilità e capacità professionali difficilmente trovano interesse e tempo per dedicarsi alla scuola, sono davvero la brutta copia delle altre scuole, dove si fa tanta teoria e poco tempo si dedica all’uso del tornio, alla preparazione di un’acconciatura, al taglio di una stoffa o all’uso di una macchina per tagliare il legno o ancora all’uso della cucina e degli alimenti per preparare un buon piatto.
Tutti sanno di pseudo diritti, pochi sanno l’italiano, un‘altra lingua straniera, la matematica elementare e, benché meno, la storia e la geografia e, quel che è peggio, quando si affacceranno questi nostri giovani al mondo del lavoro quasi sempre dovranno cominciare da capo o, peggio, da una posizione ancor più difficile, quella dei presuntuosetti che san già tutto ed hanno pretese, mentre ancora non sanno nulla.
C’è chi protesta per la reintroduzione degli esami di riparazione perchè così queste povere famiglie si rovinano i mesi estivi, ma non ci si rende conto che la vera questione è invece proprio la mancanza di rigore e di selezione.
Guardiamoci un po’ in giro, apriamo gli occhi e poniamocele alcune domande: perché  un’impresa edile non trova più maestranze italiane? Perché nelle fabbriche troviamo sempre più solo extra-comunitari? Perché la cura dei nostri vecchi, dei nostri disabili la affidiamo alle badanti di altri mondi anziché ai nostri giovani? Questa nostra scuola laurea sempre più anche gli idioti, e pensare che poi questi, con il loro titolo in mano, vanno ad ingrossare le fila delle professioni pubbliche e burocratiche che sono il freno dello sviluppo del Paese.
Speriamo davvero che questo Governo, fin dal primo anno, abbia la capacità di assumere decisioni forti: cambiare radicalmente la scuola per farla ritornare il motore dello sviluppo e va da sé che le scuole del lavoro, le scuole del fare o le scuole tecnico-professionali non possono che essere regionali perché solo chi governa diversi territori deve essere responsabile di formare i giovani in ragione delle specifiche esigenze e dei bisogni che ciascun territorio esprime.
Per ciò che riguarda la giustizia sarebbe davvero necessario realizzare una riduzione del corpo giuridico ed una semplificazione delle procedure.
Ciò si rende indispensabile se si vuole recuperare nell’opinione pubblica il senso di una maggior certezza del diritto.
Non me ne vogliano i professionisti della materia (avvocati, consulenti, commercialisti…), ma solo se il Parlamento ed il Governo avvieranno questa opera di semplificazione il Paese potrà liberarsi da costi parassitari e da modalità operative incongruenti e contrarie a quelle di uno Stato moderno ed efficiente.
Le tante energie ed intelligenze oggi dedicate a far gli “azzeccagarbugli” o a sbrogliare complessità inutili devono essere riorientate per la soluzione delle grandi questioni della medicina, della tecnica, dell’ambiente: solo così si genera sviluppo.
Non è positivo, anzi è patologico, avere così tanti avvocati e commercialisti e, magari, pochi tecnici nel settore delle energie rinnovabili, pochi ricercatori in campo medico, così pochi fisici e matematici.
Un fisco più equo e più semplice per uno Stato più efficiente incentiverebbe tutti a pagare: su questo devono davvero cambiare radicalmente le cose.
Le lettere che tanti cittadini hanno ricevuto in questi giorni da Equitalia danno, diversamente, l’idea di uno Stato tiranno, complesso, quasi di terrore: lo Stato che, quando non paghi, ti pignora, ti ipoteca, ti dà poche spiegazioni, ti costringe a dedicare tempo e risorse per difenderti, uno Stato che non aiuta, uno Stato che colpisce e punisce.
E’ davvero paradossale che i contribuenti che pagano siano i più tartassati, mentre quelli che non pagano nulla questo Stato tiranno addirittura li ignori.
Allora bisogna davvero cambiare: non bastano le parate militari per la festa della Repubblica a far guadagnare consenso a queste nostre istituzioni.
Ci vogliono istituzioni nuove che abbiano al centro davvero l’interesse per il benessere del cittadino.
A guardare la composizione del nuovo Parlamento verrebbe un po’ da dubitare che le cose possano cambiare: ci sono troppi avvocati, commercialisti e consulenti qua, consulenti là.
Sarà davvero possibile, e noi lo speriamo, che queste categorie, rinuncino a qualcosa in favore dell’interesse del Paese?
Noi crediamo ancora alla nostra vecchia Carta Costituzionale che vede la Repubblica fondata sul lavoro, il lavoro che consente ai cittadini di disporre di ciò che necessita loro e che consente al Paese di progredire nella coesione sociale, che ci sia quindi una scuola per formare le nuove generazioni nei giusti indirizzi e con saldi valori, che si creino presto le condizioni per ritrovare la fiducia di stare ed operare in un contesto istituzionale nuovo dove chi opera nella Pubblica Amministrazione è davvero al servizio del Paese e dei cittadini.


Autore: Davide Cervellin