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Proviamo a pensare

Riflessioni sulla società e la politica

Tutti noi cittadini siamo “consumatori di politica” perché è la politica che regola il funzionamento dello Stato e quindi la sanità, la scuola, le infrastrutture e tanto altro ancora; e in questo consumare politica ci accorgiamo sempre più che questa, anziché essere una leva per la soluzione di problemi, diventa essa stessa la principale criticità che fa degradare e fa bloccare questo nostro Paese.
C’è innanzitutto una questione di etica e di diritto; pare che il diritto nel nostro Paese appartenga più “all’ordine divino” che a quello degli uomini e che la sua astrattezza, perciò, poco tenga conto di quello che è il vero motivo per cui esso è stato fondato ed esiste, ovvero la pace sociale e la tutela dei diritti, nonché la promozione di tutte le condizioni (e la rimozione di tutti gli ostacoli) che impediscono il pieno sviluppo della persona umana e che garantiscono il diritto al lavoro.
È davvero bizzarro pensare che le imposte si devono comunque pagare per non infrangere la legge e per non incorrere nelle sanzioni di chi turba “l’ordine pubblico”, anche quando queste fanno riferimento a transazioni per le quali non è ancora stato versato alcun corrispettivo.
Come si può immaginare che un reddito virtuale obblighi comunque il cittadino a corrispondere allo Stato denaro se i soldi di quel reddito teorico non ci sono? E con ciò non si dimentica e anzi si tiene ben a mente il disposto costituzionale secondo cui “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”, capacità contributiva che però deve essere effettiva, perché commisurata ad un reddito realmente esistente e non potenziale.
E questa considerazione è tanto più pressante se consideriamo che lo Stato, attraverso le sue varie declinazioni (Ministeri, Regioni, Province, Asl, Comuni), è un pessimo pagatore. Come abbiamo potuto leggere sui giornali, in queste settimane ci sono storie che sfiorano il grottesco, il paradossale, che quasi superano la fantasia kafkiana o il teatro dell’assurdo di Samuel Beckett.
Aziende che vantano crediti con le Asl della Campania o del Lazio da 10-15 anni.

Fotografando tutto ciò e, soprattutto, crescendo la consapevolezza dell’offerta sempre più bassa di servizi da parte dello Stato, come si fa a non ribellarsi al rapporto univoco dello Stato esattore?

Mi è ben chiaro che lo Stato siamo noi, lo Stato sono i lavoratori, gli impiegati, i dirigenti che nelle sue articolazioni e organizzazioni dovrebbero operare con senso etico e fortemente attenti e responsabili del bene collettivo: ma quando tutto ciò non accade chi risponde? Dopo che un cittadino per anni ha esperito tutte le vie possibili per far valere i propri diritti senza alcuna risposta, dopo che le vie del buon senso, anche quelle giuridiche, non hanno avuto nessun risultato, che cosa si deve fare?
A questa domanda non si può rispondere sbrigativamente e semplicisticamente che lo “Stato non c’entra” e che si tratta di vicenda privatistica. Il buon andamento dell’ amministrazione è principio sancito dalla Costituzione, che spetta allo Stato garantire; il diritto al lavoro è altrettanto diritto non solo sancito dalla Costituzione, ma anche garantito dalla “promozione”, da parte dello Stato, delle condizioni che lo rendano effettivo.

Il cittadino ha diritto a ricevere il migliore servizio sanitario, che è garantito anche dalla tutela dell’iniziativa economica privata (art. 41 Costituzione), indirizzata ai fini sociali. Ma quale servizio pubblico può essere garantito se le aziende sono costrette a non consegnare i propri prodotti per non rischiare il collasso?
Lo Stato c’entra, eccome, perché deve promuovere le condizioni che rendano effettivi tali diritti a garanzia della sostanziale uguaglianza dei cittadini, di tutti i cittadini, di fronte alla legge.
Ma qualche illustre professore di diritto dice che mai un cittadino può non pagare le tasse, non importa se i soldi non ce li ha perché lo Stato non paga, perché non pagare le tasse equivale a sovvertire l’ordine pubblico, ovvero a far mancare allo Stato i soldi che a questo necessitano per erogare i servizi.

Ma se così è, non è altrettanto turbativa dell’ordine pubblico il comportamento di pubblici amministratori e dirigenti che sottoscrivono contratti che poi non onorano?

Dove stanno il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione? Non sono questi atti compiuti dai dirigenti delle Asl, dagli assessori, dai ministri che non danno risposte alla base di un dissesto del tessuto sociale e del comune senso civico che portano, se perduranti, alla dissoluzione dello Stato stesso e alla disaffezione del cittadino dall’idea stessa che la politica sia qualcosa di importante e positivo?

Ben lontano dal solo pensare, oltre che dall’essere capo di chissà quale rivolta o disobbedienza fiscale (ho sempre pagato le tasse e vorrei continuare a farlo), mi trovo, mio malgrado, ad essere semplicemente un portatore di verità, a vivere cioè secondo le parole che il Santo Padre avrebbe voluto pronunciare alla Sapienza di Roma “ …In modo autoritario la fede mantiene lesta la sensibilità per la verità”; e la mia fede è nella coesione sociale, nella tutela dei diritti dei più deboli, nel rispetto di chi, attraverso il proprio impegno ed il proprio lavoro, ha il sacrosanto diritto di ricevere a fine mese il proprio compenso.

Per difendere l’idea giusta di Stato forse ha ragione chi questo Stato vuole scuoterlo dalle fondamenta, vuole riformarlo, magari attraverso gesti forti che ne facciano ritornare e riaffermare le caratteristiche di equità e struttura portante della coesione sociale.
Voglio ricordare che il mio alto rispetto per lo Stato mi ha fatto essere tra i pochi, forse l’unico, a rinunciare ad una pensione da disabile per pormi, diversamente, dalla parte di chi, attraverso il lavoro, ha voluto fin da giovanissimo essere annoverato tra i contribuenti.

Se lo Stato vuole uccidere cittadini come me, forse poco cristianamente, non vogliamo essere tra quelli che porgono l’altra guancia o espongono il costato alla lancia.

Proviamo a pensare, proviamo qualche istante ad usare il nostro cervello e ad assumerci, ciascuno, le proprie responsabilità; dobbiamo avere la capacità di non tollerare più che chi ha agito soltanto per interessi personali occupi ruoli pubblici; dobbiamo ricordarci, nelle nostre azioni e nelle nostre decisioni, che non sempre l’interesse immediato è il vero interesse e che sempre l’interesse dei molti vale più di quello dei pochi.

Presto, quando saremo chiamati ad andare a votare, usiamo il buonsenso per far sì che nel nostro Parlamento ci vada davvero chi può farci riconquistare la passione per la politica e l’affezione per lo Stato.

Autore: Davide Cervellin