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L’ACQUA

Sesta puntata

La luce dell’alba pennellava appena i grattacieli, gli ampi spazi di verde, le casette basse della periferia di quella grande città del Midwest, quasi sospesa tra le pianure e le acque del grande lago e dei fiumi, e Paolo già conversava pacatamente con Anthony in quella grande Cadillac amaranto che, silenziosa, prendeva rapida la strada verso sud-est.
Si erano conosciuti pochi giorni prima in uno di quei locali tra il country e il messicano, dove si consuma birra a volontà e si mangiano quei grandi panini dal pane morbido farciti con carne e verdura. Anthony, vestito alla maniera indiana, se ne stava seduto da solo a un tavolino e forse proprio quell’inconsueto abbigliamento aveva attirato l’attenzione di Paolo che, affamato, entrando nel locale dopo aver ordinato un big burger e una birra, gli si era avvicinato chiedendo se poteva sedersi al suo tavolo. “Ma certo”, gli aveva risposto Anthony con un grande sorriso, felice di interrompere quella sua forzata solitudine.
Sbocconcellando il sandwich e scrutando quel pittoresco commensale,Paolo aveva cominciato a raccontargli del suo viaggio e del fatto che ormai sentiva forte il richiamo di casa.
“Beh,” lo interruppe Anthony dopo aver sorseggiato l’ultimo goccio di birra, “io venerdì devo andare a New York per incontrare una grande personalità indiana della quale ho letto i libri, mi sento di condividere il pensiero e credo di essere seguace”.
A Paolo brillarono gli occhi e non gli pareva vero di avere qualcuno con cui poter condividere le sue esperienze in India.
E così ora eccoli insieme, in quel viaggio che per Paolo è anche una tappa di avvicinamento verso casa.
Lasciata la città, quando la strada diritta si perde tra il verde intenso delle praterie, appena cangiante per i riflessi della luce all’incresparsi lieve del suolo che va a formare qualche impercettibile rilievo, Paolo sente un forte desiderio, quasi un’euforia di ritrovarsi presto tra i suoi amici. Vorrebbe subito essere tra le sue cose, stendersi nel suo letto, sedersi a tavola accanto ai suoi familiari di fronte a un buon piatto di riso con gli asparagi, quei grossi bianchi asparagi saporiti di Bassano. Eh già, perché questo è il tempo degli asparagi, mentre qui in questa grande America dai forti contrasti, dalla vita di corsa, lui si trova a correre in un paesaggio quasi immutevole. Grandi strade, ponti, villaggi e città distanti, separati da una natura predominante segnata dall’uomo solo per quel lungo nastro d’asfalto su cui la Cadillac scivola veloce, quasi guidata da un campo magnetico, mentre i suoi occupanti discutono di filosofia, quasi si estraniano nel fervore della conversazione da quei paesaggi, da quegli ambienti, da quelle altre esistenze che, come loro, viaggiano verso una qualche meta sulle altre automobili o sui grandi Track dai colori e dalle forme più impensabili. Anthony si ribella all’idea che gli uomini che si sono impadroniti della terra, che sulla terra hanno fondato il diritto di proprietà e per questo diritto hanno tanto combattuto, hanno fatto guerre sacrificando milioni di vite, oggi stiano pensando di privatizzare l’acqua e, chissà, domani l’aria. Non vuole proprio capire che tutti questi elementi appartengono a qualcuno anziché alla globalità degli uomini degli animali dei pesci, degli uccelli, delle piante che in essi e per essi vivono. Anche Paolo concorda perché la proprietà, il possedere, implica sopraffazione, fa perdere di vista la relatività della nostra collocazione terrena. “Eh già” dice Anthony “ il problema è proprio capire il senso dell’esistenza. Io sono fermamente convinto che il motivo principale del vivere sia quello di permettere anche agli altri di vivere, sia quello di assicurare che dopo di noi ci sarà qualcun altro e, dopo qualcun altro, qualcun altro ancora, in una catena infinita di esistenze che rendono questo nostro pianeta così pulsante, variegato, colorato, emozionale.”
“Beh” quasi sussurra Paolo, lasciando lo sguardo perdersi al di là del finestrino sulle dolci colline ricoperte da radi boschetti, “mi sembra una bella visione della vita. Ehi, guarda Anthony c’è una coppia di cervi lassù!”. Anthony distrae un attimo lo sguardo dall’asfalto per confermare la visione di Paolo, per poi ritornare rapidamente con gli occhi sulla strada che sale e scende come fosse un ricamo sulle colline, unica traccia in quella zona coi suoi ponti, con le sue auto e i suoi camion colorati, della presenza umana. Il cielo si fa sempre più grigio sopra di loro, striato da lunghe nuvole biancastre, e presto una sottile pioggia accentua nell’aria i profumi della terra, della vegetazione quasi selvaggia, attutisce e ovatta i rumori metallici e innaturali dei motori.
“E’ stupefacente pensare che l’acqua oggi è fonte di un business incredibile. L’acqua da bere bisogna comprarla in queste bottiglie che contribuiscono a sporcare e a degradare l’ambiente.
L’acqua viene imbrigliata con dighe e condotte enormi per irrigare le coltivazioni anche in luoghi altrimenti deserti. L’acqua serve per raffreddare le grandi centrali per la produzione di energia. L’acqua” continua Paolo, “viene addomesticata, fatta prigioniera, asservita ai bisogni degli uomini, quelli più forti, quelli più potenti, quelli che hanno la capacità di sottrarla agli altri, che per averla arrivano anche ad uccidere.”
“La questione acqua”, si infervora Anthony, deve rientrare nelle priorità, nei dibattiti delle politiche locali e nazionali, deve caratterizzare gli studi e le azioni degli organismi internazionali quali la Banca Mondiale, l’ONU. Perché poi accanto alla questione proprietà - diritto di utilizzo, c’è quella del suo inquinamento.
Molte attività sconsiderate dell’uomo, rendono l’acqua inutilizzabile o venefica. Bisogna quindi ripensare a un modello di sviluppo che garantisca alle generazioni future l’utilizzo dell’aria e dell’acqua come abbiamo potuto usufruirne noi.” “Eh già”, dice Paolo, “l’accelerazione e lo sviluppo di un certo modello industriale accanto all’inurbamento dissennato ha danneggiato negli ultimi 50 anni l’ambiente come mai era accaduto nei millenni precedenti.
Rischiamo proprio, se non si interviene rapidamente, che le generazioni dopo di noi si trovino a vivere in un mondo di macerie anziché di benessere.
Mi viene in mente Bopal o certi disastri causati dalle petroliere sulla costa spagnola o dell’Alaska; mi bastano, pensando alla mia Italia, i guasti provocati dal Petrolchimico di Marghera.
“Troppi uomini”, lo interrompe Anthony, “si comportano come se le loro azioni fossero prive di conseguenze, come se certe malefatte non avessero effetti devastanti anche per le stesse persone che li hanno compiuti. Penso a tutte le malattie a cui andiamo incontro per l’acqua che beviamo, l’aria che respiriamo, gli alimenti nocivi che mangiamo.”
La strada ora si fa meno monotona, si inerpica sui pendii più accentuati, zigzaga a evitare questo o quel costone scosceso ricoperto di fitta vegetazione. D’improvviso ecco, una grande farm bianca con tre grandi silos slanciati al cielo, un recinto con delle vacche al pascolo e poi ancora bosco e una lunga discesa in un ampio valloncello. Il tempo perde dimensione: New York, la meta, l’appuntamento con il guru indiano, l’aeroporto con il volo verso casa sono così vicini, così distanti; una leggera curva e, sull’asfalto reso viscido dalla pioggerellina battente, la Cadillac sbanda, perde di aderenza, esce di strada, carambola giù nella scarpata; sembra quasi un sogno, di stare sulle montagne russe; Paolo non prova paura né dolore nel rotolare giù, ma alla fine, quando la macchina s’arresta e tutto intorno piomba un’assordante silenzio, la sua schiena è irrimediabilmente spezzata. Anthony è stato sbalzato fuori, è caduto sull’erba folta. Il Track verde che li seguiva si arresta sul ciglio della grande strada e il conducente messicano dal ventre prominente appena trattenuto dalla camicia a quadrettoni bianchi e blu, dopo aver lanciato una richiesta di aiuto via radio, si precipita verso Anthony, una decina di metri più in basso, ancora steso tra la vegetazione.
Trascorrono i minuti che sembrano interminabili, e un altro camion s’arresta, i due dell’equipaggio lanciano un grido verso il messicano che nel frattempo ha raggiunto Anthony, “E’ vivo?”.
Il messicano si prodiga a scostare i rovi e l’erba, Anthony rimane riverso con la testa reclinata su una grande pietra sulla quale si allarga una macchia di sangue che fa presagire il peggio al solerte soccorritore, che allunga una mano constatando l’assenza di battito su quel collo che ora rivela una posizione assolutamente innaturale. Quel corpo resta inerte con la testa riversa senza alcun segno di vita.
“Aiutatemi!”, grida il messicano rivolto ai due che nel frattempo stanno scendendo faticosamente la scarpata, “credo non ci sia più nulla da fare!” “Ma la macchina dov’è?”, chiede il più giovane dei due dalla lunga barbetta rossiccia.
“A giudicare dai rami piegati, deve essere più in basso”, sussurra affannato il messicano. “Speriamo che arrivino presto i soccorsi”, mormora l’autista più anziano che nel frattempo ha raggiunto il messicano chino su Anthony e ha potuto anche lui constatare che non c’è più nulla da fare. “Non tocchiamolo. Tu stai qua mentre noi andiamo a vedere dove è andata a finire l’auto”, continua rivolgendosi al ragazzetto con la barbetta rossa.
“Sì, erano in due!”, dice il messicano, “mi avevano appena superato quando sono sbandati e usciti di strada.” Scendono a fatica fra i sassi e gli arbusti fino a scorgere la carcassa amaranto della Cadillac appoggiata a due grossi tronchi di faggio quasi sul fondo del valloncello, un centinaio di metri più in basso.
Un forte ronzio nelle orecchie e il respiro pesante fanno percepire a Paolo che è ancora vivo, non riesce a muoversi, non prova sensazioni di dolore forse perché troppo acuto, non ha consapevolezza di cosa sia accaduto, di dove si trovi, di quello che gli sta intorno, fino al rumore assordante di un elicottero che lo porta rapidamente al centro di rianimazione della città dove, dopo qualche giorno e cure intense, potrà finalmente aprire gli occhi e destarsi dalla commozione cerebrale che gli aveva fatto perdere coscienza.
Autore: Qui risparmio