LA SCUOLA
Undicesima puntata
Era seduto a sorseggiare un caffé al tavolino del bar in piazza come sempre scambiando un saluto, un commento, con questo o quello che passava o che sedeva al tavolo accanto quando Enrico, un suo vecchio compagno di liceo diventato, dopo la laurea, professore di lettere all’istituto professionale, mettendoglisi accanto, chiede a Paolo se è disponibile per andare a scuola il martedì della prossima settimana a raccontare un po’ ai ragazzi della sua esperienza di disabile.
“Sai” gli dice, “noi ogni anno facciamo una giornata di sensibilizzazione dove, di solito, proiettiamo dei filmati e illustriamo ai ragazzi i vari problemi, i bisogni di chi ha un handicap; ma ci siamo accorti che la cosa migliore è far incontrare direttamente i giovani con chi la disabilità la vive sulla sua pelle”.
Paolo, che solitamente rifugge da tutto quello che riguarda ‘questo mondo’, non partecipa mai volentieri alle riunioni dell’associazione, sollecitato dalle preghiere dell’amico accetta senza entusiasmo di sottoporsi a quest’esperienza. “Va bene, va bene Enrico. Sarò puntuale alle otto e trenta al Remondini, racconterò della mia storia e poi risponderò alle domande degli studenti”.
Il martedì Paolo, puntuale, jeans e piumino verde, è davanti alla scuola, si confonde quasi coi ragazzi vocianti che attendono di entrare incuranti di lui. All’auditorium, con tutte le classi riunite, dopo una breve introduzione della preside e del professor Enrico, Paolo incomincia a raccontare delle sue vite, quelle prima e dopo l’incidente, dei suoi viaggi, della sua difficoltà a far comprendere che questa sua diversità non giustifica poi l’emarginazione o la non considerazione sociale. Tra i ragazzi c’è chi è attento, chi gioca col telefonino, chi scarabocchia su un foglio o lancia delle palline di carta alla ragazza dai capelli rossi tre file più indietro.
Paolo prosegue col suo racconto fluente, senza chiedersi se quelle sue parole, quella sua esperienza di vita interessi veramente ai ragazzi. Trascorre veloce un’ora, parla di Bassano, del suo lavoro di contadino, del centro che sta per inaugurare dove la percezione del mondo di chi è costretto immobile come lui sarà offerta a chi è abituato a correre sempre.
Racconta della nuova tecnologia che sta sperimentando che gli permette di scrivere sul computer semplicemente fissando con lo sguardo le lettere, le parole sul monitor del computer. E’ un sistema particolarmente sofisticato e costoso” spiega, “che tuttavia sta già dando buoni risultati ed è molto utile per quelli che, oltre ad avere l’impossibilità di utilizzare gli arti, sono anche privi della voce e quindi non possono utilizzare il riconoscimento vocale. Il sistema consiste in un particolare programma che discerne attraverso una telecamera dove la persona va a posare lo sguardo. Le parole scritte possono anche essere vocalizzate, così l’apparecchiatura può servire anche da comunicatore. “Il passo successivo - prosegue Paolo aggrottando le sopracciglia - è quello che hanno visto dei miei amici presentato in un importante simposio a San Francisco, ovvero il riconoscimento, attraverso la lettura dei raggi gamma, della conduzione elettrica del cervello e quindi la comprensione del pensiero da parte del computer – Cyber Brain. Può sembrare un traguardo affascinante, ma che ha in sé anche un grande pericolo, ossia la possibilità per l’uomo di perdere la cosa sua più intima, più autentica ed esclusiva. Non so se è meglio dare a qualche migliaio di persone la possibilità di interagire col computer per fare una qualche cosa che comunque li vedrà sempre fortemente handicappati, o togliere a miliardi di per persone la possibilità di pensare liberamente”.
Arriva il momento delle domande, c’è brusio nella grande sala, l’impaccio di chi non vuole essere il primo a rompere il ghiaccio e poi le tante domande, Marta, Paola, Veronica. Le ragazze sono le più coraggiose, sembrano le più coinvolte. Qual è la cosa che gli manca di più? Chi l’ha aiutato o gli è stato più vicino dopo l’incidente? Qual è il prossimo obiettivo che vuole raggiungere? La conversazione si fa intensa e Paolo prova a volte emozione a rispondere alle domande spontanee di quei ragazzi. Anche lui vuol fare qualche domanda, vuole sentire, vuole capire come i ragazzi percepiscono le persone disabili.
“Allora” rivolgendosi ad esempio alla biondina con gli occhiali che gli aveva formulato già tre o quattro domande, “tu, scusa, come ti chiami?” fissandola.
“Io?” risponde la ragazza, con una bella voce stentorea. “Veronica”.
“E tu, in classe hai persone disabili?”
“Sì” risponde Veronica, “c’è Filippo”.
“Che problemi ha?” chiede Paolo.
“Filippo è un down, mi pare si dica” risponde Veronica.
“E tu con Filippo” riprende Paolo, “fai i compiti, vai a chiacchierare alla ricreazione, esci il pomeriggio, vai magari in discoteca?”.
Veronica arrossisce, abbassa leggermente lo sguardo “No” risponde, “perché Filippo non fa i compiti con noi, ha l’insegnante di sostegno. Durante la ricreazione sta in classe o in corridoio coi bidelli. E poi il pomeriggio…credo stia solo a casa con la mamma”.
“Ah!” esclama Paolo, “e questa sarebbe l’integrazione? O quella che oggi con termine più moderno chiamano inclusione scolastica dei ragazzi disabili? E dire che è solo down Filippo, pensa se fosse pluriminorato, non parlasse e non si muovesse. Cari ragazzi, intorno a noi disabili la scuola ha avuto l’occasione di costruire un grande alibi per occupare decine di migliaia di insegnanti che altrimenti oggi sarebbero a spasso, per arrivare poi ad occupare altre decine di migliaia di operatori delle Asl, di assistenti, di dar lavoro a psicologi, neuropsichiatri, pur tuttavia lasciandoci senza gli strumenti basilari per farci conoscere le nostre seppur minime capacità e insegnarci ad usarle, a potenziarle. E dire che la nostra diversità poteva essere l’occasione per arricchire la scuola di nuove conoscenza e competenze. Era l’elemento che poteva favorire e accelerare l’introduzione dell’uso del computer per tutti, giacché quasi sempre solo attraverso il computer noi disabili possiamo scrivere e leggere. Era l’occasione per capire il significato diverso dell’agire, del tempo, del rapportarsi agli altri, ma nulla di tutto ciò. In questa scuola dove tanto di noi si parla, noi alla fine rimaniamo solo parole, relazioni scritte, mezze persone abbandonate qua e là, negli angoli delle aule, in corridoio, costretti a crescere nella fisicità deforme senza che il nostro cervello si sia potuto arricchire delle conoscenze, dei saperi per farci combattere la nostra battaglia esistenziale, senza che le istruzioni, l’addestramento a compiere gesti meccanici ci abbia fatto conquistare qualche autonomia possibile, utile alla quotidianità. Si fa un gran blaterare, si illudono giovani mamme fragili che in questa scuola vi sia una qualche opportunità per i loro bimbetti plurihandicappati. Non si hanno il buon senso e il coraggio di orientare velocemente le azioni, le politiche verso la costruzione di centri di alta specializzazione. Noi persone disabili” rimarca Paolo con la voce più forte, “proprio perché abbiamo necessità diverse abbisogniamo di competenze diverse e, perché diverse, specialistiche. E’ necessario che chi ci sta accanto abbia il disincanto di chiederci quello che possiamo dare e di fornirci tutto ciò che ci consente di apprendere. Non abbiamo bisogno di stare nella scuola degli altri per rimarcare la nostra diversità, ci serve una scuola diversa per farci ritrovare le nostre occasioni di normalità”. I ragazzi sono un po’ attoniti, attenti, c’è un po’ di disorientamento nei volti degli insegnanti. Paolo sa di aver colpito nel segno. “Basta” prosegue, “con questo voler tutto risolvere soltanto nella ricerca di un nuovo lessico: handicappati, disabili, diversamente abili e chi più ne ha, più ne metta. La questione non è lessicale, è sostanziale. A condizioni diverse necessitano risposte diverse. A bisogni speciali occorrono interventi speciali. Altro che ammassamento generale! Io non mi vergogno della mia diversità e soprattutto in questa mia diversità io non ho nessun desiderio, nessun bisogno di rincorrere una normalità che non mi appartiene. Ai bambini disabili è necessario insegnare non tanto i Promessi Sposi o il teorema di Pitagora, ma come valorizzare le loro energie per comunicare i bisogni, scoprire ciò che dà piacere o fa provare emozioni, godere, essere soddisfatti insomma dell’essere vivi”. Si agita sulla carrozzina e vedendo che il tempo ormai è trascorso e la mattinata è finita, Paolo non trascura di lanciare un ultimo messaggio. “Attenti ragazzi, perché la scuola che non sa dare risposte ai bisogni dei disabili, sempre meno sa dare risposte anche ai vostri bisogni di alunni normali, confusa com’è nel discernere i diversi ruoli, i diversi valori, la strada insomma da percorrere per realizzare, attraverso il trasferimento di saperi, la vostra possibilità di diventare protagonisti nella vita. Noi disabili rappresentiamo una contraddizione delle consuetudini, delle normalità. Siamo una grossa opportunità per le intelligenze che vogliono ricercare le risposte ai nostri bisogni, a trovare le soluzioni per soddisfare meglio i bisogni anche di tutti voi”. Un grande applauso incorona Paolo professore. C’è chi addirittura gli chiede un autografo. Anche tra gli studenti a Bassano Paolo si è conquistato la giusta attenzione. Chissà che, con questa sua provocante esistenza, la politica becera faccia qualche passo indietro e sopravanzi chi ha veramente a cuore la gente.
Autore: Qui risparmio