Dicembre 2011
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Il modello olandese

Riflessioni sulla Società e la Politica

Paolo l’ascolta sempre più coinvolto per quella sua bella voce pacata, per quel suo bel scandire l’idioma inglese, per quei suoi lineamenti dolci del viso incorniciati da un caschetto ordinato di capelli rossicci. L’ascolta seduti su quel tavolo all’aperto del ristorante a Castelfranco per quelle cose, quei dati, quei servizi che illustra del suo paese, l’Olanda, in favore delle persone disabili. La diffusione dei computer e delle tecnologie informatiche nelle scuole, l’attenzione nell’adattamento e nell’aggiornamento dei posti di lavoro, i servizi domiciliari per i non autosufficienti, le case alloggio, le risposte ai bisogni per dare un senso qualitativo alla vita anche dei disabili gravi, la possibilità data anche a questi ultimi di godere come è cosa giusta per tutti gli uomini e le donne di questo mondo dei piaceri del sesso.
Tina, la direttrice di un’importante istituzione olandese che opera in favore dell’inclusione sociale delle persone disabili, è in Italia per un ciclo di conferenze e a Paolo non è parso vero poterla incontrare per trovare nuove idee e conoscere opportunità per migliorare i servizi anche qui. L’invito a pranzo in quel caratteristico ristorante di Castelfranco si trasforma da subito in un vero e proprio bagno di conoscenza, in un’iniezione vitale di ottimismo, in un’opportunità davvero preziosa per arricchire e trovare nuovi stimoli per il suo progetto.
E finché lei lo allibisce con il numero dei videoingranditori distribuiti in un anno in Olanda, il quadruplo di quelli distribuiti in Italia, gli tarla il dubbio, il perché di una così grande abissale differenza, il perché di una così palpabile vacuità delle politiche sociali del nostro paese, il perché una nazione potenza economica come l’Italia, una realtà che almeno nei due decenni trascorsi è stata ricca come quella nostra veneta, non sia riuscita e non riesca a dare risposte vere per l’inclusione e la partecipazione sociale delle persone disabili.
In Olanda, come peraltro in altri paesi del nord, il soddisfacimento dei bisogni delle persone disabili è occasione per sviluppare imprese, per trasformare l’offerta di servizi di beni per la vita indipendente delle persone disabili in un importante comparto economico che fattura cifre ragguardevoli, che occupa migliaia di persone, a differenza dell’Italia dove le politiche assistenzialistiche e clientelari generano soltanto costi per la collettività dei sani, consolidano l’idea che la persona disabile è un peso, determinano occupazione precaria o comunque ininfluente per la qualità della vita delle persone disabili. In Italia c’è un rigonfiamento eccessivo dell’apparato pubblico che trova ulteriori giustificazioni nelle politiche federaliste e autonomiste che mancano di efficacia giacché, invece di creare sintesi, creano ripetizione e ridondanza.
“In Olanda” racconta Tina, “c’è un’azienda a Rotterdam, la cui proprietà è di una banca, che fa terminali per ciechi e sistemi ingrandenti per ipovedenti, occupa duecento dipendenti, esporta in tutto il mondo”.
In Italia tutto questo non c’è eppure ci sono cento volte i ciechi e gli ipovedenti che risiedono in quel paese.
‘Noi’ pensa Paolo, ‘vediamo sfuggirci alcune attività produttive perché egualmente e a più buon mercato alcuni prodotti li realizzano in Slovacchia o in Cina, eppure ci ostiniamo a pensare che dobbiamo continuare a costruire automobili, frigoriferi, non capendo che l’innovazione passa anche attraverso il cambiamento di prospettiva, il ripensare che dobbiamo sviluppare altri prodotti, soddisfare altri bisogni. Noi ai vecchi non sappiamo dare altro che badanti o costruire quei ghetti miserandi che chiamiamo eufemisticamente residenze socio-assistenziali o case di riposo e non ci accorgiamo che altro chiedono i vecchi, che altro le nuove generazioni, questa nostra regione, il nostro paese, potrebbero avere grazie ai vecchi se avessimo un approccio più seriamente utilitaristico come quello olandese, anziché così miope ed ipocrita’.
In Olanda in quei giorni è stata approvata una legge che consente l’eutanasia per le persone che vivono condizioni permanenti di particolare gravità.
Tina, la direttrice dai capelli rossi, dai tratti giovanili e un po’ sbarazzini ma con la sicurezza della quarantenne che ha metabolizzato competenze ed esperienze, parla pacata di quello che si fa nel suo paese provocando in Paolo, che l’ascolta attento, un senso di rabbia per quel che di contro non si riesce a realizzare in Italia, in questo suo Veneto che pure si vanta di essere all’avanguardia per i servizi sociosanitari.
Paolo si sforza di trovare le parole giuste in inglese per spiegare l’approccio italiano a questi argomenti. Qui si pensa che l’eutanasia sia un approccio sbagliato, ma non sarebbe invece giusto chiedersi se è veramente etico alimentare artificialmente tanti soggetti che non hanno diversamente alcuna chance di vita, immaginando che questo stia nella natura delle cose anziché prendere atto che senza quell’intervento, che peraltro non dà nessun senso e qualità alla vita, la natura la vita l’avrebbe già spenta?
“E pensare che per queste situazioni tanti poi hanno l’alibi per dire che i soldi non bastano!” esclama Paolo.
L’Olanda, questo piccolo paese dell’Europa, delle dimensioni del Veneto, può insegnare davvero per come pensa ed opera la sua gente una via per realizzare l’avanzamento sociale ed economico dell’Italia.
Sorseggiando il caffé prima del commiato, Paolo è certo di aver incamerato un po’ della mentalità del disincanto olandese ed è contento all’idea che, lasciando Tina, disporrà di basi conoscitive più forti, di nuovi argomenti per tentare di cambiare la testa di chi gli sta intorno, della nuova gente che incontrerà.

Autore: Davide Cervellin