DON GERARDO
Settima puntata
La piazza, un bar, una galleria dove, prima che i negozi, appaiono le insegne dei due partiti una volta uniti in quello che era il grande Partito Comunista Italiano. Eh già! Perché questa è terra rossa, è terra di impegno sociale, è terra dove la classe operaia e contadina hanno avuto e hanno un ruolo importante.
Oltre la piazza, la rocca e poi i muraglioni a indicare il tenace lavoro dell’uomo a difesa delle bizzarrie delle acque del Tevere che oggi scorre lento oltre il ponte, quasi a captare i rumori, le parole, i sussurri e a portarli, chissà, fin forse dove, sotto tonache importanti, si discute su cos’è il bene e cos’è il male.
In questa terra d’Umbertide, vivace per le colline coltivate d’ulivo, punteggiata dai tanti borghi ricchi della storia di santi, è nato cieco Gerardo in quel 1943, anno di guerra, che per la saggezza dei suoi genitori da subito è cresciuto tra le mura del collegio di Assisi per imparare tutto ciò che nella sua condizione avrebbe potuto fare e per capire quello che mai avrebbe dovuto da sé pretendere. E così dai banchi di scuola elementare eccolo arrivare al liceo, appassionarsi non solo per il greco e il latino, ma anche per la matematica, affascinato dal rigore dei numeri e dall’ordine degli algoritmi; e con i numeri e gli algoritmi la passione per le note, per il bel canto. Prima da autodidatta poi al conservatorio, Gerardo brucia le tappe e si specializza in pianoforte, organo, composizione, direzione corale.
S’accorge che quelle sue passioni, quella sua dote per la musica lo fa stare tra la gente, insieme ai giovani, lo fa essere ricercato e mai compatito. C’è il complesso con gli amici per suonare nei locali o alle feste. Ci sono in quegli anni Sessanta e Settanta, tumultuosi e di grande sviluppo economico, di trasformazione dell’economia contadina, i concerti e l’insegnamento della musica ai fanciulli a scuola fino alle incisioni con la Rai e le tournée all’estero fin nel lontano Giappone. Ci sono gli amori per la vita e per una donna, ma il suo cuore, la sua anima gli chiedono altro; lui vuole donarsi agli altri, lui sente che non può rivolgere il suo amore a una persona sola. Quei fanciulli a scuola gli danno tanto, lo coinvolgono a tal punto che lui decide di dedicarvisi a tempo pieno abbandonando definitivamente tutte le attività concertistiche.
La scuola è il suo mondo, dare risposta ai bisogni di crescere, indicare dei valori, dare attraverso la conoscenza le nozioni, la strada maestra per affrontare la vita. Gli incontri pomeridiani con le famiglie in preparazione dei sacramenti dei loro figli, le attività con l’Associazione Cattolica danno ben presto a quel ragazzone energico dalla parlata suadente e chiara e dai grandi occhi spenti, un grande carisma di predicatore tanto da entrare sempre più nella considerazione dei parroci e del vescovo. Non è un’alternativa ai predicatori comunisti, è un compagno sincero dei tanti, da quella periferia dove prima che la chiesa sorgono le fabbriche, che sono in percorso alla ricerca di qualcuno che li ascolti.
Quella sua debolezza derivante dalla cecità dei suoi occhi diventa una grande forza di attrazione per le fragilità di tante donne e uomini che si sentono soli. Lui può aiutare ma per farlo ha bisogno di aiuto, quindi è più vicino di tutti gli altri ai più deboli, ai più fragili.
Non è distratto da ciò che appare, è concentrato su ciò che percepisce, su ciò che lo emoziona, sull’empatia che prova al contatto con la gente, sul suono delle voci e le parole che gli arrivano dirette. Non passa molto tempo che da assistente alle attività della chiesa diventi diacono e poi, quasi a furor di popolo, spinto verso il sacerdozio quando, in un’età matura, ogni scelta non è mai avventata.
Le dita di Gerardo scorrono veloci sul grosso libro braille posto sull’altare a leggere il Vangelo, la sua voce è chiara e ferma nel spiegare le letture e dare i collegamenti con gli accadimenti dei nostri giorni, nell’incitare i giovani, i genitori, a discernere senza esitazione tra il bene e il male, tra gli egoismi e le azioni buone. Guida la preghiera e il canto in quella chiesa sempre gremita per ascoltarlo, benedice con gesti semplici le ostie e il vino e, in un coinvolgimento vero dei ragazzi chierichetti, ogni momento della celebrazione della messa diventa condivisione fino alla distribuzione della comunione con l’assistenza di un adulto che gli guida il braccio, espressione solenne della debolezza dell’uomo e della potenza del gesto.
La passione sociale l’ha visto in prima fila nell’opera di costruzione della grande chiesa, dove doveva esserci posto anche per la aule dove fare formazione e il grande oratorio, per il quale c’è ancora tanto da ultimare, per aggregare i giovani attraverso il gioco e un’offerta diversa per il tempo libero. E poi quel grande spazio dalla forma avvolgente per riunire la comunità nelle occasioni delle celebrazioni davanti all’ampio altare di poco sollevato per non marcare la differenza coi fedeli, dove Don Gerardo pur nel buio dei suoi occhi si muove agevolmente come guidato da mani invisibili. Sono occorsi degli incontri e qualche viaggio a Cremona per far sì che in quella chiesa, grazie alla sua generosità e caparbietà, vi fosse installato un grande organo meccanico del valore di circa 200 mila euro, dalle cui lunghe canne dai molteplici spessori fuoriuscisse il calore di un suono capace di generare commozione anche negli animi più aridi. Quello strumento che Don Gerardo vive davvero come una sua creatura, come una prosecuzione della sua vita precedente, come un collegamento senza limiti per la sua cecità con gli altri, lui ogni volta che può lo suona mettendoci anima, tecnica e tutta la competenza di anni e anni di studi ed esercizio.
Con un po’ di civetteria, anche i preti compiono qualche peccatuccio veniale, ci fa scoprire che quando non lo può suonare direttamene perchè celebra la messa e perché così più agevolmente può guidare il canto, lo fa suonare automaticamente grazie ad un congegno elettronico che attiva dall’altare con un telecomando che fa azionare le parti meccaniche a ripetizione dell’esecuzione che Don Gerardo stesso aveva precedentemente eseguito e memorizzato. Anche a casa sua tutto richiama rigore e passione: le cure per la vecchia madre e il fratello infermo; i begli strumenti musicali nel suo studio, un fortepiano costruito da un artigiano come quello di Mozart, un grande pianoforte a coda, un clavicembalo dove un passaggio rapido delle sue mani strappa un suono vellutato di un Preludio di Bach, e poi le tastiere elettroniche e, oltre una porta, i computer, lo scanner, la stampante braille per prepararsi gli appunti, le letture e quant’altro gli serve per lo svolgimento del suo ministero.
Una telefonata rapida alla signora Francesca, un’altra telefonata a Danilo ed eccoti organizzato l’indomani. E’ il tempo pre-pasquale, bisogna andare a benedire le case e sono tante, anche sparse sulle colline, si parte alle sette e mezza e si torna per pranzo e ogni benedizione è l’occasione per un dialogo, per un contatto che stabilisce un legame forte con quella sua gente. Il pomeriggio c’è da fare la benedizione al povero Giuseppe, defunto avanti ieri, prima che venga chiusa la cassa. La funzione funebre la celebrerà Don Luigi, l’altro prete, così Don Gerardo potrà dedicarsi tutto il pomeriggio all’incontro con i ragazzi in preparazione della prima Comunione.
Passeggiando con lui sotto braccio sul sagrato, quando la brezza della sera porta veloce il buio, gli chiedo qual è la cosa, l’aspetto che lo gratifica di più e lui, senza esitazione, con parole chiare quasi a illuminare ogni dubbio, “la possibilità di ascoltare perché nell’ascolto c’è condivisione, c’è soprattutto l’opportunità di liberare dalle angosce, dal senso di vuoto e di solitudine” e, a volte, Don Gerardo tra confessioni e incontri stenta a trovare il tempo per un momento di riposo, per un breve spazio dove rilassarsi facendo scorrere delicatamente le dita sui tasti del fortepiano in una deliziosa sonata di Mozart.
Tutti ad Umbertide e dintorni hanno un ricordo di Don Gerardo, anche quelli che non hanno consuetudine con la chiesa. A chi ha insegnato a scuola, a chi ha battezzato il figlio, a chi ha celebrato il matrimonio, a chi ha portato una parola di conforto; tutti hanno di lui la considerazione, l’opinione di un uomo importante. A nessuno viene in mente di ricordarlo come cieco. Anche la sera al ristorante, tutti hanno parole di attenzione e di deferenza per lui e, tra una pasta all’arrabbiata -ci confessa che gli piace molto il sugo al peperoncino- e una costicina di agnello, piatto frequente in quelle terre, il momento conviviale è festoso e interessante.
Ma ci sarà pure qualcosa che pesa a questo grande prete fragile, un’ansia, un tarlo, una qualche frustrazione?
Cammino lento lungo la sponda del Tevere, cercando di non sovrastare il suono lieve della corrente con il rumore dei miei passi sui ciottoli, e ho impresso il suo volto sereno e luminoso che non tradisce il rimpianto per la rinuncia ad un amore, per una carriera concertistica mancata.
Per un istante un lieve movimento della pelle mal cela un’impercettibile smorfia, un’ombra di tristezza, il dolore per aver lasciato, impotente, nello strazio quella giovane mamma consumata dalla malattia ormai prossima alla morte. Ci sono dei dolori a cui anche i preti stentano a fare l’abitudine, ci sono degli strazi che generano dei perché che non facilmente trovano risposta, ma ci sono tante altre cose da fare e così, comunque, sia sempre fatta la volontà del nostro Signore.
Autore: Davide Cervellin