Dicembre 2011
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QUANTO COSTA DIVIDERSI...

Succede anche nelle migliori famiglie, quelle che sembrano inossidabili e da cui non te l’aspetteresti mai. Succede che qualcosa nell’armonia si rompe o si è iscrinato negli anni ed è stato trascurato al punto che, ripararlo, sarebbe come aggiustare un posacenere di vetro, con la colla vinilica. Lì per lì può anche tenere, anche se la frattura è evidente; ma quanto potrà durare? Magari con il tempo quel collante è destinato a diventare sicuro come una gettata di cemento. Ma è pur vero che tante coppie che decidono di non dividersi per il bene dei figli, lo fanno spesso con risultati disastrosi: due genitori infelici che stanno insieme possono fare più danni che se si separassero, trovando il giusto equilibrio.

In ogni caso vale la pena provarci (purchè non diventi un calvario...) per il bene dei figli, nel caso ce ne siano, ma anche dal punto di vista economico, perchè l’unione della coppia fa davvero la forza in tempi di crisi. Due stipendi si rendono indispensabili se di mezzo c’è un mutuo da pagare, la rata dell’auto, l’apparecchio per i denti dei bambini... Così, secondo l’Istat, le richieste di divorzio in Italia sono aumentate del 74% negli ultimi dieci anni. Ma non senza sofferenze e ripensamenti perchè, se tenere in piedi un matrimonio a volte è difficile, separarsi e divorziare è altrettanto complicato: bisogna mettere in conto avvocati, assegni di mantenimento, aule di tribunali, rate del mutuo da dividere e tempi burocratici piuttosto lunghi.

Si va dai 121 giorni necessari per una separazione consensuale (ovvero quella in cui i coniugi sono già d’accordo su come regolare i loro rapporti), ai 930 giorni per una giudiziale, quella cioè in cui spetta al Tribunale decidere. Attese analoghe per il divorzio: da 135 giorni per una consensuale a 672 giorni per un divorzio giudiziale. Non è raro comunque, che una coppia possa aspettare anche 10 anni per ottenere una sentenza definitiva.

Si gonfiano i tempi e le parcelle degli avvocati. Anche se non vi sono cifre esatte, si parla di un giro d’affari compreso tra 500 milioni e il miliardo di euro e anche più.

In generale, più aumentano i litigi tra i coniugi, più la parcella dell’avvocato cresce.

A rendere particolarmente difficili le previsioni di spesa sono state anchele innovazioni apportate dalla legge Bersani sulle liberalizzazioni. Legge che ha cancellato i minimi, ossia la tariffa inderogabile più bassa che il legale poteva richiedere per l’attività prestata. Secondo le nuove regole infatti il difensore può stabilire con la parte l’entità del compenso. Al momento della liquidazione dunque, l’avvocato dovrà personalizzare la parcella tenendo conto dell’importanza e del numero delle questioni trattate. Nel costo di un divorzio oltre al legale vanno inoltre considerate la divisione dei beni e la presenza o meno di assegni di alimento e mantenimento. Soltanto per le coppie meno abbienti, quelle con reddito imponibile di 9.723 euro all’anno, esiste il cosidetto patrocinio a spese dello Stato:in questo caso il legale non potrà chiedere o percepire dal proprio assistito compensi o rimborsi.

Per diminuire la durata e i costi dell’iter del divorzio, l’unica possibilità è quindi quella di optare per la più ragionevole strada della procedura consensuale: in questi casi, non solo l’attesa si dimezza ma il portafogli ne trae beneficio.

Secondo i tariffari base, le spese per una separazione consensuale oscillano da un minimo di 800 euro (con una sola udienza) a un massimo di quasi 3.500 euro. Invece, il costo di una separazione giudiziale, con 4-5 udienze, va da un minimo di mille euro ad un massimo di quasi 10mila euro.

Le tariffe, puramente indicative, tengono conto degli esborsi sicuri come i diritti di avvocato e le spese generali su onorari e diritti, ma possono crescere in funzione di numerose variabili. Bisogna fare i conti con il grado di giudizio (le cause davanti alla Corte d’appello o alla Cassazione costano più di quelle in primo grado), il numero di udienze al quale partecipa il legale, l’eventuale trattazione della questione dell’affidamento dei figli, il valore dei beni oggetto di trasferimento (per il cui atto oggi non più obbligatorio ricorrere al notaio), etc.

Una spesa che lievita ulteriormente quando la ex coppia procede alla rottura definitiva del vincolo matrimoniale attraverso il divorzio: si può arrivare anche a sborsare 15mila euro. In questo caso, vanno infatti contati, oltre al legale, la divisione dei beni e la presenza o meno di assegni di alimento e mantenimento. A questo proposito: rinunciare all’assegno di divorzio preclude postumi ripensamenti. La Corte di Cassazione non ha accolto la richiesta di assegno di mantenimento, pretesa da una signora in virtù del fatto che le condizioni economiche del marito erano migliorate notevolmente.

Secondo i giudici la richiedente avrebbe potuto avanzare richieste economiche già in sede di divorzio, nella previsione di quei miglioramenti reddituali dell’altro coniuge, già in quella sede ipotizzabili e di fatto successivamente verificatisi.

Per la maggior parte dei separati, invece, la condizione economica precipita. Sono loro, i padri single, i nuovi poveri.


Autore: Qui Risparmio