Dicembre 2011
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Pizza e gelato

Un piccolo lusso per molte famiglie

E’ probabilmente la frase più ripetuta dalla gente: da quando siamo passati dalla lira all'euro il costo della vita è lievitato a tal punto che è sempre più difficile riuscire a metter via qualche soldo e in molti casi, purtroppo, anche arrivare alla fine del mese. Non sarà colpa dell'euro in sè, fatto sta che i prezzi, soprattutto quelli relativi ai beni di consumo, sono praticamente raddoppiati. A qualcuno certamente la situazione è sfuggita di mano, forte di un generale mancato controllo: c’è chi ha approfittato degli arrotondamenti associandoli ad un aumento dei prezzi e la catena è proseguita via via, con i risultati che quotidinamente verifichiamo. Andiamo a mangiare una pizza con la nostra famiglia e abbiamo la sensazione che qualche anno fa, con la stessa cifra, avremmo cenato al ristorante.
Ed è un’impresa impari cercare di riportare i buoi nella stalla quando sono scappati...
Nel dicembre 2001 (alla vigilia dell'euro) una pizza margherita, una bibita ed un caffè costavano in media 7.500 lire ai tavoli delle pizzerie: 5.000 lire la pizza; 1.800 lire una bibita; 700 lire un caffè. Tra rincari e ritocchi attivati con il pretesto dell'euro, oggi una margherita, una bibita ed un caffè costano in media tra i 7,5 ed i 10 euro. A seconda delle città e delle aree geografiche, in pizzeria una margherita costa tra i 5,5 ed i 7 euro (media tra il sud,che si colloca nella fascia bassa,ed il nord,fascia alta); un caffè 1 euro; una bibita 1,5-2 euro. Dal 1° gennaio 2002 ad oggi,si è registrato quindi un rincaro dal 100 al 130 per cento. Non è facile per noi italiani rinunciare all’alimento che forse amiamo di più, specialmente se in buona compagnia, tuttavia il consumatore può orientarsi in quei locali dove la lievitazione dei prezzi, non della pasta della pizza, è stata negli anni meno consistente. Capita così che nel cuore di Treviso, anzichè spendere 24 euro per una margherita, una farcita, pizza e acqua minerale dalla rinomata pizzeria “da Pino”, se ne possano spendere 18 pochi passi più in là, “da Roberto”. Poi certo, è questione di gusti, ambiente, frequentazioni... Ma una manciata di euro che restano in tasca in una serata possono condurre a strade diverse. Pizza, ma non solo.
Per Davide Andriolo, titolare della Trattoria “al Camionista“ di Mestre, è stato facile il cambio lira-euro. Il menù fisso (primo, secondo, contorno, acqua, vino e caffè) costava 20 mila lire.
Oggi costa 11 euro, neanche il costo dell’inflazione.
Una cena standard a base di pesce (antipasto di pesce, primo, secondo di pesce, acqua, vino e caffè) costava intorno alle 60 mila lire.
Adesso si sborsano intorno ai 35 euro. “Per rispettare questi listini c’è voluto sacrificio più che altro personale - spiega lo chef - perchè, per mantenere il margine di guadagno che avevo prima, ho aumentato il mio impegno lavorativo”.
La gestione dei dipendenti incide per il 30% sul fatturato totale. “Anche nella gestione del locale le spese si fanno sentire - afferma sconsolato Andriolo - ad esempio la rata trimestrale delle spazzatura è aumentata dall’anno scorso da 1800 a 2400 euro!”. Con un po’ di buona volontà, e margini di guadagno comunque buoni, si sarebbe potuto gestire meglio il delicato passaggio alla nuova moneta. “Alla fine è il consumatore a scegliere - dichiara il giovane ristoratore - E io lavoro”. Ma se i clienti continuano ad andare comunque anche nei locali in cui si sono registrati forti aumenti, legittimano di fatto una diversa scelta. Il cliente ha sempre ragione, anche quando sbaglia...
Non solo mangiare una pizza è diventato un piccolo lusso da permettersi con una minore frequenza rispetto al passato, rinunciando per esempio al dolce finale, ma anche il gelato, che era prassi quotidiana d’estate, è diventata una spesa che pesa: 90 centesimi la pallina equivalgono a circa 1800 delle vecchie lire. Non parliamo poi dell’euro e 30 o dell’euro e cinquanta chiesto nelle gelaterie veneziane... Un autentico salasso. Ma il gelato deve avere un costo fisso? Se lo chiedono anche i gelatai, considerando che il cliente tende a comperare porzioni sempre più piccole e questo erode non poco i margini di guadagno, visto che comunque il tempo e le risorse umane impiegate per fare un cono da 1 o 5 palline è pressoché identico. Così potrebbe avere senso far sì che a maggior gelato acquistato corrisponda un prezzo più basso di vendita, anche per incentivare l'acquisto di maggiori quantità.
Nell'esempio sotto riportato 2 coni da 1 pallina=1,80e incassati; per 1 cono da 2 palline= 1,70e incassati. Se “il gioco” conviene ad entrambi, perchè non provare ad abbassare? Per molti il gelato potrebbe tornare ad essere una piacevole e sostenibile abitudine.

aumenti di prezzi dovuti all'euro - confronti

costi rincari dovuti all'euro

Autore: Qui risparmio